CORONAVIRUS/ “Dov’era nascosta la grandezza che ci troviamo addosso?”

L’epidemia da coronavirus ha scombussolato le strutture ospedaliere. “Quello che dà senso non è sistemare le cose, ma dare la propria vita per amore di qualcun altro”

24.03.2020 - Alberto Reggiori ilsussidiario.net lettura 3’

L’epidemia da coronavirus ha scombussolato le strutture ospedaliere. “Quello che dà senso non è sistemare le cose, ma dare la propria vita per amore di qualcun altro”

È il momento delle cose che non c’erano mai state. Dei dubbi che non avevamo mai avuto. Il treno ad alta velocità, rigorosamente puntuale, che era diventata la nostra vita è deragliato e ora siamo fermi, isolati in un territorio sconosciuto. Qualcuno non ce l’ha fatta. Qualcuno non sa cosa fare.

Le misure sempre più stringenti attorno alla nostra libertà, la diffidenza verso chi incontriamo, la paura che non avevamo mai provato, l’incertezza su come e quando finirà determinano la nostra vita al punto che a volte facciamo fatica a riconoscere noi stessi. Stiamo a casa, ma non ci sentiamo a casa nemmeno con noi stessi. E anche il motto “Andrà tutto bene” comincio a pensare che porti un po’ sfiga, anche se non lo dico troppo in giro. Poi di cantare sul balcone non se ne parla: sono stonato.

Da settimane il mio lavoro di medico ospedaliero chirurgo è determinato grandemente dalla pandemia, anche se non ancora completamente devastato. Reparti ribaltati, chiusi o diversificati, nuove strutture che nascono a velocità vorticosa, medici a cui è chiesto di fare quello che non hanno mai fatto. Gli orari e i turni, da sempre precisi come quelli delle ferrovie svizzere, cambiano di giorno in giorno, se non più volte al giorno.

I casi sospetti di coronavirus che incontro in pronto soccorso o in reparto, lo confesso, mi generano immediatamente disagio e poca voglia di coinvolgermi. Poi mi riprendo, perché facendo parte del genere umano e quindi dotato di coscienza e libertà, non posso e non riesco a lasciare mano libera all’istinto e alla reattività, e allora subentra un livello diverso che immediatamente mi libera, mi alleggerisce: la consapevolezza che ogni vita, quindi anche la mia, è generata da un qualcun altro, quindi non è mia. Ma soprattutto l’esempio di altri mi convince. E quindi me la gioco.

La grandezza della nostra stirpe, lo riscontrano tutti e lo scrivono in molti, esce dallo strano torpore della normalità e si trasfigura nelle difficoltà. In questi giorni è evidente: colleghi medici, infermieri, volontari, anche pazienti, magari giudicati superficialmente come mediocri o individualisti, si rendono disponibili a compiti impegnativi, a turni scomodi, a prendersi responsabilità con una generosità e una dedizione che fa solo dire: com’è grande l’uomo! Nessuno si mette in malattia o scappa. Ma dove era nascosta prima questa grandezza? Possibile che si debba sempre essere alle strette per aprire gli occhi? Per capire che la vita non va trattata come un bene da mettere in tasca o in banca?

 

Ho davanti ai miei occhi l’evidenza che le parole condivisione o solidarietà, prima poco accettate se non fastidiose o retoriche, adesso acquistano in pieno il loro senso. Abbiamo un compito comune che le difficoltà di questo momento rendono più chiaro; sappiamo che dovremo stare peggio prima di stare meglio ma, o forse per questo, ci rendiamo disponibili.

In questi giorni è morto mio padre, improvvisamente, di vecchiaia. Sempre un dolore. Ma per lui una bella morte dopo una bella vita. Al cimitero l’abbiamo accompagnato solo in sette, più il prete. Sembrava un film, apparentemente una desolazione, ma anche il sacrificio di un saluto così povero aveva un senso, perché vissuto come obbedienza a un bene comune.

Quando tra amici riuniti su Skype ci siamo scambiati le impressioni di questi giorni apparentemente assurdi, con molti agli arresti domiciliari, altri bloccati lontano dalla famiglia, quelli come me che lavorano nella sanità e che sono separati in casa per non mettere a rischio i famigliari, abbiamo scoperto insieme che in fondo quello che dà senso non è sistemare le cose o “sperare che io me la cavo”, ma consegnare la propria vita per amore di qualcun altro. Questo mi ha reso disponibile sul lavoro a compiti anche più rischiosi. Senza eroismi, ma anche senza ansie. Anzi con la certezza di seguire il buon esempio di molti altri e di fare la cosa giusta.

L’altro giorno ho incrociato un’infermiera tutta avvolta in camici, guanti, mascherina e occhiali, che stava partendo per trasferire un paziente positivo al virus e già intubato verso l’elicottero che l’avrebbe poi trasferito alla rianimazione disponibile più vicina, che era molto lontana.

Correndo mi ha detto trafelata e preoccupata: “Dottore, lo sa Dio come va a finire!” D’istinto le ho risposto: “Beh, dài, finalmente una buona notizia!”.

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