I dati horror che non vogliamo guardare sullo stato della scuola italiana

Dice l'Istat che siamo agli ultimi posti in Europa per scolarizzazione. Promuovere il 99,7 per cento dei maturandi, dando al 17 per cento di loro un voto superiore al novanta, è un modo creativo di far finta di nulla

di Antonio Gurrado 3.7.2020 il foglio.it lettura 3’

Le statistiche hanno il difetto di essere insistenti e di ritrarre anche le realtà che si preferisce ignorare. I dati Istat sulla scolarizzazione – inclusi nel tradizionale Rapporto presentato stamane a Roma – sembrano il consueto film horror, ma un horror che non tiene svegli perché manca l’effetto sorpresa. Agli occhi di chi segue la scuola italiana i dati sulla scolarizzazione fanno lo stesso effetto di “Non aprite quella porta”, però senza porta. L’elemento più eclatante è il divario col resto dell’Unione europea. Considerando l’Europa dei ventisette, emerge che in media hanno un diploma quattro europei su cinque (il 78,4 per cento) a fronte di poco più di tre italiani su cinque (il 62,1 per cento). Ci si riferisce alla fascia di popolazione eleggibile per l’attività lavorativa, quella compresa fra i 25 e i 64 anni, ma il divario resta netto anche limitandosi alla fetta che dovrebbe essere al momento clou della propria carriera, cioè i trentenni: i diplomati sono l’84 per cento nell’Ue e poco meno del 75 per cento in Italia. Stante che un diploma garantisce un reddito maggiore del 34 per cento rispetto a quello di un non diplomato, non è solo una questione platonica ma strettamente economica, un segno di povertà.

Il dato dell’Italia può financo apparire positivo se considerato nel tempo, poiché in crescita del 13,5 per cento rispetto al 2004, quando erano ultrasessantenni i nati a ridosso della Seconda Guerra mondiale, ad ampie fasce dei quali non è stata garantita adeguata istruzione. In compenso è agghiacciante se viene considerato nello spazio, ossia nella distribuzione regione per regione. A leggere i dati sull’abbandono scolastico o sul numero dei laureati (chicca: aumentano ovunque, ma in Calabria diminuiscono), ci si accorge che le regioni più sviluppate sono in linea con l’Ue, mentre le altre tirano giù la media. Ciò pone una questione politica elevata, non di politichetta campanilistica: su dati del genere il ministero dell’Istruzione dovrebbe operare una scelta. O ne prende atto realizzando una scuola davvero multiforme e decentrata, che risponda in ogni singola regione alle specifiche esigenze sociali del territorio; oppure ne prende atto optando per una scuola incardinata su standard di qualità nazionali e inderogabili. In ogni caso bisognerebbe rinunciare all’idea ipocrita che tutte le scuole italiane si equivalgano e stabilire una gerarchia di merito; vige invece una tacita via di mezzo che i dati dimostrano dannosissima nel confronto col resto d’Europa.

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Un modo di imporre degli standard nazionali sarebbe istituire una supercommissione univoca per gli Esami di stato. Non è un caso che, sulle schiene degli intenditori, i brividi peggiori corrano quando si viene al punto che non solo produciamo pochi diplomati, ma anche di basso livello. Questo dicono i misuratori oggettivi (i dati Pisa, le prove Invalsi); per rimediare, li camuffiamo con misuratori soggettivi, i più pittoreschi dei quali sono appunto i voti mediamente elevati che vengono elargiti alla maturità da commissioni prive di criteri comuni, se non barocche tabelle esegetiche, con membri interni giustamente bendisposti nei confronti dei propri studenti e membri esterni che, altrettanto giustamente, non vogliono creare guai. Promuovere il 99,7 per cento dei maturandi, dando al 17 per cento di loro un voto superiore al novanta, è un modo creativo di ritoccare la realtà della scuola sostituendo numeri ad altri numeri. La ricaduta di questa discrepanza però è l’abbandono universitario, un altro film horror che abbiamo già visto.

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