Quel bravo ragazzo. Pur di spiazzare la premier, Salvini non esita a travestirsi persino da persona sensibile
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Il leader della Lega interviene sul caso Ferragni e dichiara che a lui non piace «l’accanimento a prescindere su qualcuno che è in difficoltà».
10.1.2024 Francesco Cundari, linkiesta.it lettura3’
Se fosse un telefilm, qui partirebbero le risate registrate, ma c’è poco da ridere. La politica italiana è entrata ormai nell’era della reversibilità
Matteo Salvini è stato, com’è noto a tutti, secessionista e nazionalista, devoto al dio Eridano e cattolico tradizionalista, contrario al Ponte sullo stretto di Messina e favorevole al Ponte sullo stretto di Messina, garantista e giustizialista, atlantista e putiniano, contrario a targa, casco e assicurazione per le biciclette e favorevole a targa, casco e assicurazione per le biciclette; ha indossato magliette con scritto «Padania is not Italy» e magliette con scritto «Prima gli italiani»; mai però aveva spinto il suo camaleontismo fino al punto da travestirsi da persona sensibile, maestro di rispetto del prossimo, carità cristiana e tolleranza.
Pur di indispettire Giorgia Meloni, il leader della Lega ha infatti sfoggiato ieri la più improbabile delle pose, e a proposito delle polemiche su Chiara Ferragni (rilanciate proprio dalla presidente del Consiglio nel suo comizio ad Atreju), ha dichiarato a radio Rtl 102.5: «A me non piace l’accanimento a prescindere su qualcuno che è in difficoltà». Se fosse stato un telefilm, qui sarebbero partite senza dubbio le risate registrate.
E in effetti è difficile trattenere le risate, davanti a queste parole, trattandosi dello stesso Salvini che persino da ministro dell’Interno non perdeva occasione per puntare l’indice contro gli ultimi tra gli ultimi, da tutti i suoi canali social, rilanciando ogni sorta di video-spazzatura su poveri disperati, ubriachi o malati di mente – ovviamente mai bianchi, ovviamente sempre qualificati come immigrati, o meglio, anzi peggio, «clandestini» – per aizzare l’ostilità generale e guadagnare like.
«Che i processi vengano celebrati in radio o sui giornali, senza giudici e avvocati, così, in base all’idea, in base alla supposizione: siamo un paese civile? A volte, leggendo alcune pagine di giornale o sentendo le dichiarazioni di qualche giudice chiaramente di sinistra, mi viene il dubbio di essere in un paese civile», dice quello che nel 2020, in campagna elettorale e con telecamere al seguito, andava a citofonare a casa di una famiglia tunisina chiedendo se fossero spacciatori.
«Fedez e Chiara Ferragni sono in un universo lontanissimo da me, però l’accanimento, la cattiveria, il livore di questi giorni mi lasciano veramente sconcertato», dichiara oggi questo singolare seguace di Voltaire.
Ma è giusto prendersela solo con Salvini? E cosa dovremmo dire di Giuseppe Conte e della stessa Meloni? La verità è che proprio la perfetta sovrapponibilità dei percorsi compiuti dal Movimento 5 stelle prima, da Lega e Fratelli d’Italia poi, su tutte le questioni principali di politica nazionale e internazionale, dimostra che la politica italiana è entrata ormai nell’era della reversibilità.
No euro all’opposizione ed europeisti al governo, putiniani prima e atlantisti poi, i diversi spezzoni del partito unico populista, egemone in Italia almeno dal 2018, sono per molti la conferma che andare al governo fa bene, consente di far maturare i gruppi dirigenti, smussare gli estremismi, «romanizzare i barbari».
A dimostrare la fallacia di una simile tesi, però, non ci sono solo i risultati dei due governi Conte (e di tutti i precedenti governi Berlusconi, e dei vari governi di centrosinistra appesi alle bizze dei vari Pecoraro Scanio, Bertinotti e Turigliatto). C’è anzitutto il rifluire del Movimento 5 stelle e dello stesso Conte su posizioni sempre più vicine a quelle originarie, praticamente a partire dal giorno stesso in cui hanno deciso di togliere l’appoggio al governo Draghi e ricollocarsi all’opposizione, a riprova della perfetta reversibilità di ogni presunta evoluzione. E c’è il ruolo che lo stesso Conte sta svolgendo oggi nel centrosinistra, in una sorta di competizione al ribasso col Partito democratico (dalle armi all’Ucraina al superbonus, passando per tutto il resto), perfettamente analogo a quello svolto oggi da Salvini rispetto a Meloni (che non mancherà di rendergli il favore domani, qualora ruoli e consensi relativi dovessero cambiare ancora una volta, ovviamente).



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Annuncia che non corre. Pure i governatori si tirano indietro. In Sardegna è sempre stallo. Meloni insiste su Truzzu. L'idea di inserire un pecetta che riguarda il terzo mandato all'interno della riforma sull'autonomia
Salvini ora legge Simenon. E’ il segretario che guarda passare Meloni. Non si candida alle europee. Lei sì. Al posto di Salvini tre. Oltre al generale Vannacci, che ringrazia e riflette sull’eventuale candidatura, è pronto a correre un leghista di ritorno. E’ Gianluigi Paragone, già direttore della Padania, inventore del programma “La Gabbia”, ex senatore del M5s, fondatore di ItaliExit, movimento che ha lasciato. Si dovrebbe candidare nel nord ovest. Il terzo sarebbe l’ex magistrato Luca Palamara che ha scoperchiato il “Sistema” marcio della magistratura. I governatori non corrono. Salvini prometterà il paradiso catodico: l’abolizione del canone Rai. In Sardegna il governo mangia intanto la sua carne come Ugolino con i figli…
CARMELO CARUSO 10 GEN 2024 ilfoglio
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