Sorry, not sorryÈ ora di aprire gli occhi sulla natura del melonismo, anche in Europa
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Non si può stare con l’Ue e con Trump, con Zelensky e con Orbán, tanto meno adesso,
Francesco Cundari 15.1.2026 linkiesta.it lettura3’
scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
Partiamo dai fondamentali e vediamo se ci capiamo: non si può essere contemporaneamente liberali e illiberali, europeisti e trumpiani, filoucraini e filoputiniani, dico bene? Se siamo d’accordo fin qui, possiamo chiudere la discussione sulle scelte di fondo di Giorgia Meloni e del suo governo prima ancora di aprirla, come del resto auspicavo già ieri, salvo dovermi poi arrendere all’evidenza del fatto che in Italia la questione appare tutt’altro che chiusa.
Con il suo videomessaggio per la campagna elettorale di Viktor Orbán – a proposito, ma i «patrioti» non erano quelli che s’indignavano per qualsiasi «ingerenza straniera» nella politica interna di uno stato? – Meloni si è schierata dalla parte del massimo teorico (e pratico) della «democrazia illiberale», al tempo stesso cheerleader e beniamino di Donald Trump, nonché principale sostenitore (per non dire pupazzo) di Vladimir Putin in Europa. Tutte caratteristiche condivise con gran parte della bella compagnia riunita, in sede di montaggio, nel video a sostegno del primo ministro ungherese: da Benjamin Netanyahu a Marine Le Pen, da Alice Weidel a Santiago Abascal (senza dimenticare Matteo Salvini, naturalmente). Ne consegue che Meloni non può essere ragionevolmente definita né liberale né europeista, e nemmeno filo-ucraina. Altrimenti – perdonatemi se sono così didascalico – non sosterrebbe il capo di governo che da anni combatte per cancellare lo stato di diritto in Ungheria, far saltare l’integrazione europea e minare il sostegno dell’Ue all’Ucraina, vi pare?
Se ritorno sull’argomento è anche perché giusto ieri ho letto sul Financial Times un allarmato articolo del decano dei commentatori economici del giornale, Martin Wolf, a proposito della guerra dichiarata dal movimento trumpiano (Maga) alla democrazia europea, a partire dalla famigerata Strategia di sicurezza nazionale pubblicata in dicembre. Per chi già se ne fosse dimenticato, il documento parlava di «cancellazione della civiltà» a causa delle sue politiche migratorie, di attività dell’Unione europea che «minano la libertà politica e la sovranità», di censura e repressione del dissenso, dichiarando esplicitamente di volere «aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria», sostenendo i «partiti patriottici europei». Cioè i simpaticoni del videomessaggio da cui eravamo partiti. E infatti, prosegue Wolf, tra i leader dei suddetti partiti, il più amato dal movimento Maga è senza dubbio Orbán. Cioè quello che secondo tutti gli indicatori maggiormente attendibili ha fatto di più per minare libertà di espressione e stato di diritto, facendo dell’Ungheria un paese corrotto e autoritario. Mentre in tutti gli altri paesi europei la libertà di espressione, ad esempio, è ben più ampia e tutelata di quanto non lo sia negli Stati Uniti. Per quanto riguarda poi il caso dell’Afd in Germania, Wolf è particolarmente assertivo: «Senza dubbio non è un partito nazista. Ma ha dei neonazisti al suo interno. I tedeschi che conoscono la propria storia dovrebbero semplicemente sorridere e dire: “Perché no? La libertà di parola è sacra, dopotutto”. Solo dei presuntuosi americani possono sputare simili idiozie. Purtroppo, background e idee simili si riscontrano anche in altri partiti di destra europei in ascesa». Eh già.
Quanto al «rischio di cancellazione», significa evidentemente «diventare meno “bianchi”, meno “cristiani” e meno numerosi». Un’ossessione legata anche alle teorie sulla «Grande sostituzione» che molti trumpiani sostengono (e non solo loro), ma è anzitutto una proiezione del loro odio «per come gli Stati Uniti stanno cambiando, dal punto di vista demografico e culturale». La conclusione è netta: «Questa amministrazione vuole cancellare la Repubblica stessa, nel suo 250° anniversario. Ecco perché l’Europa è sua nemica. Ed è anche per questo che l’Europa deve difendersi».
Sagge e giuste parole, tanto più significative perché pronunciate dalla voce più autorevole di uno dei più autorevoli quotidiani europei, che farebbe bene, tuttavia, a rileggere molti suoi benevoli articoli sulla presunta evoluzione della nostra presidente del Consiglio, per le ragioni elencate giusto all’inizio di questo articolo.



Commenti
Il presidente del Consiglio non ha altro modo di rispondere alle critiche se non dicendo, come lo scorpione alla rana nella favola antica: «Questa è la mia natura». In tanti avevano creduto che la sua natura ideologica potesse evolvere verso una cultura conservatrice autentica: istituzionale, occidentale, liberale nel senso più serio del termine. Molti si erano convinti che la sua evoluzione fosse irreversibile.
Invece no.
Il punto non è il suo cameratesco appoggio a Orban, è l’incapacità – o il rifiuto – di attraversare quella linea rossa che separa due mondi politici incompatibili: da una parte il costituzionalismo liberale, con il suo rispetto per lo stato di diritto, la separazione dei poteri, la libertà di stampa; dall’altra il richiamo persistente a un’idea di potere forte, identitario, allergico ai contrappesi e sedotto dall’ordine autoritario.estratto articolo
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