Modi di dire: buttare in vacca… il “cavaliere” che, contagiato dal virus,
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prima di spirare si dilata a dismisura quasi volesse trasformarsi in una vacca. Storia Venezia..
Marcello Marzani, 13.9. 2026 qdpn.it lettura2’
La storia di Venezia e del Veneto si intreccia con quella della seta sin dal IX secolo. Dopo aver importato tessuti serici dall’Oriente, la Serenissima divenne a sua volta un importante centro manifatturiero nel quale, grazie all’abilità dei tessitori, dei “battioro” e dei “tiraoro”, nascevano filati preziosi contesi dalle aristocrazie dell’epoca.
Un business che durerà più o meno fino al Settecento, quando le raffinate sete veneziane dovettero cedere il passo alle stoffe lionesi, olandesi e inglesi, economiche, ma cromaticamente più accattivanti.
L’arte della seta, nonostante la crisi, non scomparve e le manifatture si spostarono dalla città alle campagne: iniziò così l’epopea della bachicoltura rustica nella quale intere famiglie di contadini intravidero un’ottima opportunità di guadagno.
Il saggio curato da Vittorino Pianca dedicato al Museo del Baco da Seta di Vittorio Veneto ripercorre puntualmente le varie fasi di questa avventura della quale restano alcune foto in bianco e nero e pochi filari di gelso che, con il loro tronco cavo e contorto, sembrano non volersi arrendere alla mutata realtà.
Come accade per ogni novità, anche nell’allevamento casalingo del baco da seta entusiasmo e buona volontà non sono stati sempre sufficienti a evitare le sciagure provocate dall’approssimazione, in primis dalla carenza di igiene dei luoghi deputati alla coltura dei bachi. Queste le parole di Diego Bassi, autore del Manualetto del Bigattino (1938), fiero avversario della superficialità dei bachicoltori dilettanti: “la schiusa del seme bachi in seno alle donne, o fra i materassi del letto, o sotto la cappa del camino, o nell’ambiente poco igienico della stalla […] costituiscono […] uno dei principali fattori della scarsa e cattiva produttività …”.
Il cavaliér, nomignolo affibbiato in Veneto al baco da seta, doveva crescere in un ambiente pulito, privo di ragnatele, disinfettato con soda caustica e cenere bollente, pena l’insorgenza di malattie fatali. Fra queste il giallume, una virosi che fa gonfiare a dismisura l’insetto il quale assume una tonalità giallastra, si intristisce, perde l’appetito e muore.
Dai sintomi di questa patologia discende un modo di dire che, nonostante l’apparenza, non ha nulla a che fare con i bovini: buttare in vacca. Il protagonista della locuzione è infatti il “cavaliere” che, contagiato dal virus, prima di spirare si dilata a dismisura quasi volesse trasformarsi in una vacca. Ecco allora che buttare (o andare, finire) in vacca significa fallire un’impresa, far naufragare un progetto, rovinare qualcuno o qualcosa. L’insuccesso non è mai casuale, ma è l’infausta conseguenza della superficialità e della svogliatezza.
La “butta in vacca” anche colui che, al culmine di un ragionamento serio, esordisce con una battuta o una facezia che distolgono gli astanti dalla gravità della discussione. Ancora: “va in vacca” lo studente che ha perso la concentrazione o il lavoratore modello divenuto improvvisamente svogliato; allo stesso modo si può “mandare in vacca” una festa sbagliando a fare gli inviti.
Comunque vada, di fronte a un insuccesso o una sconfitta non è il caso di ripiegarsi su sé stessi e arrendersi come il baco colpito dal giallume. Prima di buttarla definitivamente in vacca occorre reagire, capire dov’è l’errore e lottare.
Tommaso Alva Edison, inventore del fonografo, della lampadina e del dittafono, con i suoi oltre mille brevetti ne sapeva certamente qualcosa di trionfi e di sconfitte; e non a caso incoraggiava anche i più sfiduciati a perseverare nei loro progetti perché: “Molti fallimenti nella vita si segnalano da parte di quegli uomini che non realizzano quanto siano vicini al successo nel momento in cui decidono di arrendersi”.
(Autore: Marcello Marzani)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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