Modi di dire: (far) girare le palle. Lo si i ritrova ne La Grande Guerra
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l’abitudine di estrarre l’ogiva (la palla) dal proiettile e reinserirla capovolta nel bossolo
Marcello Marzani domenica, 11 Ottobre 2026 qdpnews.it lett2’
Fra gli itinerari di maggiore interesse della provincia di Treviso vi è senza dubbio quello dedicato alla Grande Guerra. Ogni anno migliaia di visitatori, italiani e stranieri, percorrono le sponde del Piave, risalgono le pendici del Monte Grappa e del Montello, visitano musei, sacrari e monumenti spinti dal desiderio di conoscere da vicino i luoghi di uno dei più sanguinosi conflitti della storia umana. Ambienti nei quali migliaia di esseri umani hanno combattuto eroicamente, sono morti, hanno subìto o commesso atrocità travolti dalla follia fratricida.
Nel tentativo di mitigare una quotidianità fatta di morte, mutilazioni, fame e freddo, taluni evocano i rari episodi nei quali l’umanità prevalse per pochi istanti sulle spietate logiche del campo di battaglia: inverosimili partite di calcio giocate fra le trincee, sigarette e liquori scambiati con il nemico il giorno di Natale, tregue concordate fra avversari logorati dai ripetuti assalti.
Sergio Tazzer, autore di un saggio pubblicato nel volume Guerra & Pane (De Bastiani, 2016), ricorda un aneddoto che vide come protagonista un ignoto fante della brigata Piemonte. Alla vista di due prigionieri di guerra austro-ungarici con le uniformi a brandelli e il cui unico cibo consisteva in piccoli tozzi di pane nero, durissimo e di odore acido, il soldato italiano “si fece avanti ed offerse ai prigionieri con garbata semplicità una bella pagnotta: la sua razione di quella giornata”.
Sebbene commovente, l’episodio non attenua la drammaticità di un conflitto nel quale la ferocia era all’ordine del giorno: gas tossici, lanciafiamme, shrapnel e mazze ferrate erano armi studiate appositamente per seminare terrore e morte fra gli avversari. Fra i combattenti più spietati, inoltre, pare fosse in voga l’abitudine di estrarre l’ogiva (la palla) dal proiettile e reinserirla capovolta nel bossolo con lo scopo di arrecare al nemico ferite devastanti. Una pratica proibita dalla Convenzione di Ginevra e, secondo alcuni studiosi, frutto di pura leggenda.
Fatto sta che la consuetudine di “girare le palle”, dalle trincee della Grande Guerra è giunta sino ai giorni nostri sotto forma di locuzione tuttora diffusissima: se averle girate significa essere furibondi e pronti a tutto, farle girare è il risultato di un comportamento, un atteggiamento o un’azione più che irritante.
L’evidente disagio di chi “ha le palle girate”, secondo alcuni potrebbe non avrebbe nulla a che fare con le munizioni e la guerra, ma servirebbe a descrivere in maniera colorita uno stato d’animo all’insegna dell’agitazione: non è difficile, infatti, immaginare le conseguenze del vorticoso turbinio di questi preziosi attributi anatomici.
Avere le palle girate o farle girare, comunque sia, rientra nella normalità delle cose. Ne è convinto, fra gli altri, lo statunitense Tom Peters, esperto di business e management, il quale sostiene che: “se nessuno è arrabbiato con te allora sei morto ma non te ne sei ancora accorto”.
(Autore: Marcello Marzani)


